Andando sul versante della pittura, troviamo quindi un autore ancora oggi assai complesso: Marco Pino (Siena 1525 ca. – Napoli 1587 ca.). Dopo una presunta formazione senese alla scuola del Beccafumi e, a dire del Baldinucci, di Baldassarre Peruzzi; egli si trasferì a Roma, dove entrò in rapporto d’amicizia e di collaborazione con Perin del Vaga e Daniele da Volterra. Qui elabora una sua cifra personale che media il classicismo di Raffaello col portento dinamico di Michelangelo, predisponendo la sua arte al nascente modo della Controriforma. Per articolarla, ancora, d’accenti ispanici e fiamminghi appresi vuoi in Napoli che in un suo viaggio in Spagna. Ragion per cui, la sua maniera eclettica è stata variamente intesa nel tempo: e se il Lanzi, nel 1789, lo stimava degno “seguace di Michelangelo, senza far pompa di esserlo”; il De Rinaldis, nel 1911, ne sanzionava viceversa l’arte come “ricca di pomposa vuotaggine”. Di Marco da Siena abbiamo, dunque, in Calabria una tavola della ‘Pietà’, presso la Soprintendenza di Cosenza, che porta firma e data del 1572 e reca i segni di malaccorte manipolazioni. Ed una tavola della ‘Assunzione’ nella chiesa di S. Giovanni Battista d’Acquaformosa; cui s’accompagnano due tavole, d’uguale dimensione, avente ognuna un ‘Santo Abate’.
Marco Pino ‘Assunzione’ – Acquaformosa
Vissuto nell’aura di restaurazione cattolica della Controriforma fu Giovanni Balducci (Firenze 1560 – Napoli 1631 ca.). Il quale, valendosi a Firenze degli insegnamenti di Battista Naldini e della protezione del cardinale Alessandro dei Medici, compì una serie di lavori che culminarono, nel 1590, negli affreschi della chiesa di S. Iacopo: giudicati dal De Francovich castigati “ma pur sempre fiacchi e piatti di colore e di composizione”. Sennonché la sua arte, di rigido pietismo tridentino, divenne ancora più algida durante il soggiorno romano, del 1592-96, in cui il papato si preparava a celebrare, con esibito zelo dogmatico, l’imminente Anno Santo. Né ebbe modo di scaldarsi al sole di Napoli, dove il pittore rimase fino alla fine dei suoi giorni. Sicché la critica ebbe sempre a rimproverargli “un fare manierato” che pure fu preso a modello da una schiera di tardo-manieristi campani. Ed esempio del suo stile, che affetta una composta devozione, sono, in Calabria, due tele di Taverna – una ‘Madonna del Carmine’ (1605) ed una ‘Immacolata e Santi’ (1614) nella chiesa di