Un musicista di fama mondiale come Francesco Cilea (1866-1950) avrebbe meritato per solito un ritratto ufficiale. Il pittore di S. Eufemia d’Aspromonte Nino Zucco ce lo presenta, invece, in veste di casa; mentre suona divertito al suo piano una delle sue tante partiture. E la stessa musica di Cilea, di fatto, pur quando tocca il vertice alto della sublime armonia, mai dimentica il tratto umano e cordiale che l’espressione dello spirito deve serbare. Come quando udì, la prima volta, nella Villa Comunale di Palmi la banda cittadina intonare la Norma di Bellini. Ed invaghitosi della musica, volle essere e divenire il maestro che poi compose nel tempo capolavori immortali; come L’Arlesiana (1897), l’Adriana Lecouvreur (1902), la Gloria (1907). E tant’altra musica ancora; per piano o da camera. Avendo sempre a riguardo quel concetto di stile italiano; che il maestro ha esportato nel mondo: adattandolo ai tempi; ma senza mai soffocarlo o avvilirlo: come amava ripetere.
Corrado Alvaro (R. Guttuso)
Un viso vagamente da mongolo, il naso camuso, capelli tagliati da forbice di barbiere paesano, mani grosse e atticciate con sigaretta tra dita, una svagata insofferenza dell’abito da vinto borghese. Così vedeva, nel ’46, Renato Guttuso (1912-87) il suo amico Corrado Alvaro (1895-1956). Meridionali entrambi ed entrambi impegnati a capire cosa accadesse in Italia e nel mondo. L’uno, ricorrendo ai colori della tavolozza pensosa. L’altro, scrivendo romanzi e racconti; o andando in giro, per grandi giornali, a tastare il polso all’Europa: appena uscita dalla guerra calda e già pronta per la guerra fredda. Poesie grigioverdi, Gente in Aspromonte, L’uomo è forte, Quasi una vita (a dir poco) sono il punto di vista d’un tempo e dell’azioni accadutevi filtrati dal prisma visivo d’un uomo che aveva lasciato il suo cuore a S. Luca. Tra boschi di faggio ed il Santuario di Polsi.
Leonida Repaci
(A. Monteleone)
Ha un volto da generale romano Leonida Repaci (1898-1985) in questo ritratto che gli fece Alessandro Monteleone (1897-1967); oggi nel Municipio di Palmi. E di fatto Repaci fu per tutta la sua vita un indomito condottiero: sui campi di battaglia, in cui guadagnò una medaglia al valore; nelle redazioni dei giornali, dove la sua prosa incalzante faceva il paio con l’innato senso civico; nelle pagine dei suoi tanti romanzi, in cui ripercorse, come nel ciclo della Storia dei Rupe, la vicenda italiana come vissuta dalla gente comune. La Calabria non fu mai per lui una semplice espressione geografica; ma, come spesso diceva, una categoria morale. “Neimomenti gravi della vita, ho sentito in me l’orgoglio d’esser calabrese”. Sicché visse sempre ogni evento come “torre che noncrolla mai la cima pel soffiar dei venti”.