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Patrimonio d'arte della Calabria
Ritratti d'arte di personaggi calabresi
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 Guglielmo Pepe (S. Butti)
Guglielmo Pepe (S. Butti)
Nella piazza Maria Teresa di Torino, illuminata nella notte, c’è la statua di quest’uomo, in montura d’ufficiale, che indica col braccio una mèta da seguire. L’uomo è il generale calabrese Gugliemo Pepe (1783-1855); nato a Squillace da una famiglia d’ufficiali, e nome alto della storia del Risorgimento italiano. La mèta da seguire è quella dell’unità e della libertà d’Italia; per cui lottò tutt’una vita; patendo carcere, esilio e battaglie; per morire poi giusto a Torino. La città-simbolo dell’Italia rinata dalle guerre d’indipendenza; che nel 1858 volle onorarne la figura e il sacrificio con questo monumento di Stefano Butti, scultore lombardo di Viggiù. Di Guglielmo Pepe, che a 17 anni combattè a Marengo con Napoleone Bonaparte; e fu quindi Maresciallo di Campo di Murat; i libri di storia ricordano soprattutto l’intervento nei moti di Napoli del 1820; e l’eroica difesa di Venezia del 1849: sempre contro l’oppressore della libertà della nazione ed a tutela dei valori della moderna democrazia.
Nicola Antonio Manfroce (V. Jerace)
Nicola Antonio Manfroce (V. Jerace)

Tra il verde della Villa Comunale di Palmi, sbuca spaventato il volto da furetto di Nicola Antonio Manfroce (1791-1813); che Vincenzo Jerace (1862-1947) scolpì avendo forse ancora nelle orecchie la straripante veemenza del giovane astro di Palmi. Giacché il Manfroce fece, nella sua vita breve di 22 anni, tutto e subito. Allievo del Conservatorio della Pietà dei Turchini di Napoli, debuttò diciottenne al Teatro S. Carlo con la cantata La nascita d’Alcide, dedicata a Napoleone Bonaparte. Già l’anno dopo, mette in scena, al Teatro Valle di Roma, la sua opera prima: l’Alzira. Domenico Barbaja, geniale impresario dell’ambiente musicale partenopeo, gli commissiona presto un altro lavoro: sarà l’Ecuba. Capolavoro assoluto, sostenuto d’una musica di trascinante passione; cui presterà orecchio lo stesso Gioacchino Rossini. Ma è purtroppo il suo canto del cigno; dato che una morte precoce lo strappa per sempre a gloria sicura.

 Giuseppe Benassai (S. Ussi)
Giuseppe Benassai (S. Ussi)
Appare stanco e soddisfatto il pittore reggino Giuseppe Benassai (1835-78) in questo ritratto che gli fece l’amico Stefano Ussi (1822-1901); professore all’Accademia di Firenze che lascia qui la maniera magniloquente dei suoi soggetti storici. Stanco d’una carriera che, iniziata a Reggio sotto la guida di Lavagna Fieschi; prosegue poi a Napoli, Roma e Firenze; dove finisce per lavorare come direttore della fabbrica di porcellane Ginori. Soddisfatto per i tanti successi mietuti nelle diverse mostre nazionali; dove i suoi paesaggi silenti della Calabria montana, delle marine di Napoli o dell’agro romano avevano fatto breccia nella pittura del tardo-ottocento. Fu mandato dal Governo Italiano anche a Suez, nel 1869, per l’apertura del nuovo Canale. E lì sentì pure il fascino del lontano oriente: riportandone, come sempre, il ricordo, sulle sue tele.
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Articolo a cura di Carlo Andreoli



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