Dalla radice telesiana nasce ancora il pensiero filosofico di Tommaso Campanella (1568-1639); che pure si nutrì della magia naturale di Giambattista Della Porta; e dell’astrologia di Marsilio Ficino. Troppo libero pensare per un frate domenicano di quei tempi, qual egli era. E dopo che nel 1599 tentò pure di sollevare la plebe calabrese contro i soprusi della monarchia spagnola; cominciò per lui la notte buia della prigionia, durata circa 27 anni; rischiarata soltanto dalla luce inestinguibile del suo intelletto. In carcere, infatti, il frate mago calabrese scrisse di tutto: compresa quella Città del Sole; che voleva fare delle bestia varia e grossa ch’erano i servi della gleba un utopico soggetto, redento dalla miseria e dai peccati. Morì sereno in Francia, dov’era stato bene accolto da re Luigi XIII. Francesco Cozza (1605-82), nato a Stilo come lui, lo ritrasse, in questa specie di foto segnaletica ante litteram, conservata oggi nel palazzo Caetani di Roma, come uomo macerato dall’ansia prima ancora che dalle torture.
Gaetano Argento (G. Scerbo)
Cosenza e i suoi Casali sempre diedero al Regno di Napoli fior d’intelligenze. Ed a Cosenza, o forse a Rose, nacque Gaetano Argento (1661-1730); che fu prima principe del foro e quindi consigliere ed alto magistrato del Regno. Allievo in gioventù di Pirro Schettini; ebbe a maestro in Napoli, nella formazione giuridica, Serafino Biscardi; altro grande cosentino. Percorse, in breve, tutto il cursus honorum; anche se pare abbia serbato, nella sua dizione, la tipica inflessione cosentina; con cui però estrapolava dalla sua memoria prodigiosa strabilianti citazioni di massime e sentenze. Il sovrano di Napoli lo portava in palmo di mano; e l’Argento scalò tutti i gradini della magistratura; fino a diventare, nel 1714, Presidente del Sacro Regio Consiglio e Duca del Regno. Ebbe un sepolcro nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara in Napoli; e questo busto marmoreo, nella piazza omonima di Rose; dovuto allo scalpello di Giuseppe Scerbo: scultore ottocentesco di Polistena, in vena di patriottici ricordi.
Gian Vincenzo Gravina
(P. L. Ghezzi)
L’interesse teorico di Gian Vincenzo Gravina (1664-1718) si focalizzò di fatto su due temi convergenti: come la società del suo tempo fosse pervenuta al sistema ordinario di leggi vigenti; quale ruolo avesse avuto la cultura nel determinarne gli eventi. Il primo tema – giuridico – lo svolse per intero, oltre che dalla cattedra dell’Università di Roma, nel suo trattato sulle Origini del dirittocivile: testo diffuso in tutta Europa e molto apprezzato in Francia da Montesquieu. Il secondo tema – di filosofia estetica – oltre che nell’Arcadia di cui fu tra i fondatori, nel trattato Della ragion poetica. Sciupò tutto dando mano a 5 tragedie mal gradite dal pubblico. Si riabilitò, invece, allevando il genio di Pietro Metastasio: suo pupillo ed erede. Il ritratto di Pier Leone Ghezzi (1674-1755), àrcade come lui, ha la forza del vero; con qualche cenno di caricatura; di cui il Ghezzi fu maestro e precursore.