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Patrimonio d'arte della Calabria
Ritratti d'arte di personaggi calabresi
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S. Nilo (Domenichino)
S. Nilo (Domenichino)
Rossano ha un cuore antico bizantino; e S. Nilo (910-1004), che vi nacque, di quel cuore e di quei tempi è l’espressione più alta e suggestiva. Dopo una vita pubblica normale, in cui ebbe pure moglie ed una figlia; a 30 anni Nicolò Maleno abbandona patria e famiglia; per ritirarsi a pregare solitario tra i monti del Mercurion; prendendo il nome nuovo di Nilo. Cacciato dalle orde saracene, d’ora in avanti la sua vita è un peregrinare per le vie d’Italia; lasciando dietro di sé conventi (S.Adriano, Vallelucio,Sèrperi) dove sempre la fama di santità che l’insegue toglie la solitudine occorrente alla sua vita ascetica e di studio. Alla fine del suo corso, trova a Tuscolo una villa romana abbandonata; e lì fonda l’Abbazia di Grottaferrata; ancora oggi gloriosa del suo nome. Nel 1610, il Domenichino (1581-1641), ancor giovane, v’esegue un famoso ciclo d’affreschi; che ha immortalato il Santo calabrese di fronte al quale Ottone III imperatore s’inginocchia; e chiede perdono dei suoi peccati.
Gioacchino da Fiore (F. Jerace)
Gioacchino da Fiore (F. Jerace)
La Calabria medievale è stata un crocevia importante della spiritualità cristiana; dove il fervore ascetico della mistica orientale passava alla Chiesa militante di Roma, per rinverdirne la missione di salvezza. Cardine d’un simile processo, che si proponeva la concordia del Vecchio col Nuovo Testamento; come dell’Età del Padre con quella del Figlio; per poi progredire, ancora, verso la nuova era dello Spirito Santo in cui ognuno avrebbe trovato da se stesso il motivo della propria fede fu Gioacchino da Fiore (1130 ca.-1202). Che dall’abbazia da lui fondata nel cuore della Sila, nel 1189, sentiva che dovesse nascere “il nuovo frutto dello Spirito Santo”; banditore nel mondo della nuova epoca. Sospettato d’eresia, papa Onorio III intese comunque definirlo vir catholicus. E lo scultore calabrese Francesco Jerace (1854-1937) volle assumersi, in questo ritratto marmoreo, l’improba fatica di rappresentare la sua febbre di fede: sul limitare arduo dell’ortodossia.
Cicco Simonetta (T. Rodari attr.)
Cicco Simonetta
(T. Rodari attr.)
La diplomazia moderna ha un precursore d’eccezione in Cicco Simonetta (1410-1480); personaggio che un autore spigoloso come Machiavelli ebbe la bontà di definire “uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”. La prudenza Cicco, ch’era nato a Caccuri, l’aveva respirata con l’aria di casa: una severa formazione coi frati basiliani e l’esempio che di tale arte dava già suo zio, Angelo Simonetta. La lunga pratica ebbe modo di tenerla a fianco d’una figura capitale dell’Italia del Rinascimento: quel Francesco Sforza che, da Marchese d’Ancona, divenne nel 1450 Duca di Milano; avendo come fedele orditore della sua politica proprio Cicco Simonetta. Alla morte di Francesco, Cicco servì pure suo figlio Galeazzo Maria; fintanto che il suo mandato gli costò la testa, recisa nel castello di Pavia. Il maestro Tommaso Rodari (m.1526) ne ha lasciato un realistico ritratto sulla facciata del Duomo di Como. Cicco v’appare gonfio d’anni e disilluso; di chi conosce i tranelli della vita e prova pure fastidio ad evitarli.
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Articolo a cura di Carlo Andreoli



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