D. Hendricksz: ‘Cristo portacroce fra i SS. Pietro e Paolo’ – Bonifati
Il De Dominici lo disse “discepolo di Girolamo Imparato” ed aggiunse che “costui molto più averebbe profittato nella pittura, se non fusse stato troppo dedito al diletto della Caccia, per la quale varie infirmità gli convenne di soffrire”. Il suo tirocinio napoletano fu, in vero, molto concitato; giacché, come nota Maria Pia Di Dario Guida, da “un primo momento più strettamente fiammingo” si risolse ad accogliere “la maniera tosco-romana della seconda generazione (…) come un tipico nordico romanizzato”; per poi accrescere “la sua cultura in senso ‘italiano’ aggiornandosi su Marco Pino e sul Barocci”.
Del Fiammingo abbiamo, sulla costa tirrenica cosentina, almeno tre opere di seria attribuzione.
A Longobardi, nella chiesa di S. Domenica, una ‘Madonna col Bambino in gloria e i SS. Benedetto e Leonardo’.
A Paola, nella chiesa dell’Annunziata, una ‘Presentazione al Tempio’ del 1580; che precedenti fonti, sulla scorta d’una descrizione del De Dominici, assegnavano de plano a Francesco Curia; salvo che, come proprio osservava il De Dominici, il soggetto del dipinto rimanderebbe piuttosto ad una ‘circoncisione di Nostro Signore’ che ad una ‘presentazione al Tempio’.
A Bonifati, infine, nella chiesa del Calvario (già nella chiesa della Maddalena), un ‘Cristo portacroce fra i SS. Pietro e Paolo’; parte smembrata, forse, del medesimo dipinto paolano.
I due pittori che seguono sono accomunati dalla Di Dario Guida, nel suo volume ‘Arte in Calabria’ del 1978, sotto la voce “ultima classe dei manieristi napoletani”. Si tratta di Fabrizio Santafede e di Giovan Bernardo Azzolino; i quali condivisero, per molti aspetti, la medesima esperienza artistica; rimanendo entrambi estranei al dilagare del caravaggismo napoletano, sul finire del primo decennio del ‘600, per restare invece solidali ad un ideale di ‘pittura riformata’; che denunciava ascendenze veneto-fiorentine con un più specifico rimando all’arte propria del Passignano.
Al napoletano Fabrizio Santafede, di cui s’hanno notizie dal 1576 al 1623, la vecchia critica dell’Ortolani rimproverava proprio un eccessivo “venetizzare, in effettoni luministici, che rimane esteriore, barocco”.