Questo suo continuo oscillare tra misura e libertà espressiva lo porta, negli anni ’30, su una nuova strada: quella della pittura. In cui avrà compagno un artista napoletano per molti versi a lui affine: Luigi Crisconio. Amico nella vita e sodale di tante battaglie a Napoli per il rinnovamento delle arti figurative.
L’altra faccia di Saverio Gatto – quella di pittore – non è da meno della precedente. La pittura italiana di quei tempi – sotto la cappa del regime fascista – agitava tendenze ed esperienze molto vive e variegate. C’erano ancora seguaci di Valori Plastici, irrisi dagli artisti di Strapaese; grandi figure appartate come De Chirico, Morandi, Casorati; e giungeva l’eco d’oltre confine delle varie scuole nazionali. In tutto questo, la Scuola Romana ebbe una posizione centrale ed egemonica; ed affiliò sempre più nuovi adepti; parte dei quali darà vita, di lì a poco, al filone del realismo moderno. Il tipo di pittura vagheggiato da Gatto sembra aderire a questo nuovo spirito; forte d’una grande carica introspettiva rilasciata sulla tela in un tratto di sorvegliato ed aggiornato realismo.
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Nella Napoli degli anni ’40-’50, Saverio Gatto - pur aduso per temperamento ad una “solitudine non sdegnosa ma umilissima e saggia”, com’ebbe a dire di lui Vasco Pratolini – serba un posto di rilievo. E se da un lato mette a frutto il suo capitale d’esperienza – e l’autorevolezza acquisita – prendendo ad eseguir restauri d’impegnative opere d’arte per conto della Soprintendenza ai Monumenti; dall’altro entra a far parte della nomenclatura ufficiale della cultura partenopea: divenendo Accademico di S. Luca; membro effettivo della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti; assegnatario del Premio Gemito nel 1953.
Una curiosa circostanza avvolge infine la sua morte: non si sa ancora oggi con certezza se sia morto il 1959 – come vogliono i più – ovvero il 1962.
Un artista – Saverio Gatto - ancora tutto da scoprire; che, con assoluta onestà d’intelletto, cercò caparbiamente il senso della propria arte: avendo però sempre nella mente il sogno di bellezza che la Calabria antica gli aveva infuso. |