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di Medardo Rosso. Ma mentre forse manca del maestro torinese il connotato scapigliato, permane invece un fondo di naturalezza espressiva, di matrice ancora ottocentesca, che li riporterebbe ai modi dell’esperienza plastica d’un Adriano Cecioni; tra i fautori a Napoli della Scuola di Resina.
Prima della Grande Guerra acquista grande notorietà, a Milano, Aldolfo Wildt; che sentendo la lezione mitteleuropea della Secessione, ne ripropone in Italia una personalissima versione che fonde al levigato candore del marmo un formalismo estenuato d’ascendenza nordica. Gatto ne è molto incuriosito; e tra i due nasce una corrispondenza epistolare che non sembra avere esiti, però, sulla sua scultura. Wildt concepiva soltanto la purezza immacolata del bianco per dare forma ai suoi fantasmi simbolici; mentre invece Gatto passa addirittura, nel 1915, a fare uso di terracotta e gesso. Negli anni ’20, Saverio Gatto è presente in varie sedi espositive italiane (Venezia, Napoli, Reggio Calabria) e stabilizza il suo linguaggio espressivo; che oscilla ora tra l’adesione ai modi ufficiali di Novecento ed un registro più intimista che sente dell’esperienza figurativa della Scuola Romana. |
Sono gli anni in cui elabora pure un recupero del classicismo plastico che, memore del sostrato mitico della sua terra d’origine, trovava canoni di modello espressivo nella raccolta, a lui ben nota, del Museo Nazionale di Napoli. Anche in questo caso, però, la sua ricerca varia tra moduli compositivi di levigata compitezza ed altri che avventano una maniera più libera e sbrigliata. |