come sempre lo sarà per tutta la sua vita. Decise, quindi, di cambiare aria. E nel 1898, a 21 anno, lo troviamo a Napoli: iscritto al Regio Istituto di Belle Arti.
A Napoli, Gatto si ritrova come insegnanti Michele Cammarano, per la pittura, ed Achille D’Orsi, per la scultura. Cammarano aveva già 63 anni ed una reputazione che varcava i confini nazionali. Formatosi coi fratelli Palizzi, ne aveva assunto la predilezione per la pittura naturalistica che approfondì nel suo soggiorno a Roma e nei suoi viaggi in Francia; non trascurando d’eseguire pure opere di tipo celebrativo o di carattere sociale. Il D’Orsi, più giovane di lui di 10 anni, era invece uno scultore che, in polemica con lo stile accademico, volgeva la sua arte verso il realismo; anche con opere improntate ad un tono di denuncia sociale (I Parassiti, Proximus Tuus). A Cosenza realizzò, nel 1914, il Monumento a Bernardino Telesio. Due maestri, insomma, che in pittura e scultura proponevano forme ed argomenti nuovi. Ma al loro insegnamento scolastico Saverio Gatto volle aggiungere pure quel che imparava – da solo - varcando la soglia del Museo Nazionale di Napoli: dov’è custodita la migliore collezione d’arte classica del mondo. Ed ammirando i nudi delle statue greche o le raccolte pompeiane faceva un bilancio veloce di secoli di storia e di quell’idea di bellezza che la storia non si porta via.
Che l’arte di Saverio Gatto abbia avuto una lunga e meditata incubazione, lo rivela il fatto che la sua prima opera esposta risale soltanto al 1905, quando il maestro aveva già 28 anni. E fu un piccolo soggetto popolare: un bronzetto intitolato La napolitana. Cui seguì l’anno dopo una Testa di zingara, presentata al Salon di Parigi. E forse fu il successo di queste prime prove che gli fece piovere addosso un primo incarico ufficiale: l’esecuzione, nel 1907, nella Villa Comunale di Napoli del Busto di Giosuè Carducci. Immortalare il vate dell’Italia umbertina non era affare da poco; correndo il rischio di cadere nella facile retorica del passato. Ma il maestro riuscì a dare un tono spigliato - e perfino ironico - al cruccio scontroso del Carducci: mettendolo curiosamente impettito su di un piedistallo mentre ammonisce col suo sguardo fiero.
L’ambiente accademico ha sempre avuto un’istintiva ritrosia verso il nuovo; anche se l’arte proprio dal nuovo trae alimento. E quelli furono anni, nel campo delle arti e non solo, di vivaci discussioni e di polemiche. Al 1909 risale, infatti, il Manifesto del Futurismo di Marinetti. A Napoli, Saverio Gatto e la sua cerchia d’amici si radunano, con minor clamore ma con la stesse verve, in un Gruppo dei Ventitrè; che con proclami e mostre collettive reclama un’indispensabile libertà d’espressione. Poi, sulla cresta di quell’onda, egli lavora nel 1910 una coppia di Putto che piange e Putto che ride; che l’anno dopo si guadagna il Premio Barcellona; estendendo la sua popolarità oltre il confine nazionale. Sono due opere di gusto impressionista che ne hanno consentito l’accostamento all’arte