Secondo indizio: una vecchia guida
Ai risultati della ricerca, Paolo Moreno ha unito lo studio di documenti storici. Come quelli lasciati dal greco Pausania, che aveva redatto tra il 160 e il 177 d. C. una vera e propria guida turistica dei luoghi e monumenti della Grecia. In particolare, Pausania scrisse di aver visto nella piazza principale di Argo un monumento ai "Sette a Tebe", gli eroi che fallirono nell'impresa di conquistare la città, e ai loro figli (gli Epigoni) che li riscattarono ripetendo l'impresa con successo. «Un parallelismo inquietante», nota Moreno, «con la nuova classe dirigente di Argo, insediatasi verso la metà del V secolo a. C., che aveva riscattato la generazione precedente - sconfitta da Sparta a Sepeia nel 494 a. C. - con la vittoria di Oinoe, nel 456 a. C., sempre contro Sparta».
Il gruppo di Argo comprendeva dunque i due bronzi di Riace e altre statue di eroi, circa una quindicina, tutte provviste di elmi, lance, scudi e spade: lo si è dedotto dalla posizione delle braccia, e anche dal ritrovamento successivo sui fondali marini presso Riace, del bracciale dello scudo di un guerriero, sempre di bronzo.
Bronzi di Riace
Miti e dettagli
Grazie a un'attenta analisi delle statue si sono potuti accertare anche altri dettagli, alcuni dei quali sorprendenti. Per esempio che le statue erano abbellite da elementi cromatici: il rosso del rame evidenziava i capezzoli e le labbra gli occhi erano pietre colorate, i denti d'argento. «Quest'ultimo particolare, finora unico esempio nella statuaria classica», dice Paolo Moreno, «enfatizza bene l'espressione di Tideo, che non è affatto sorridente come sembra. Il suo è invece un ghigno satanico e bestiale, simbolo della ferocia del guerriero capace di fermarsi a divorare il cervello del nemico tebano Melanippo: un orrendo atto di antropofagia che costò all'eroe l'immortalità promessagli da Atena». Un'altra tragica vicenda sembra emergere dall'espressione angosciata del bronzo B. Anfiarao, il guerriero-profeta, che tradito dalla moglie Erifile, era stato costretto a partire per la guerra pur conoscendo la tragica conclusione della spedizione e la propria morte. Secondo Moreno, il capo di Anfiarao era cinto da una corona di alloro, simbolo della carica di profeta: l'indizio decisivo è la presenza di un foro sulla nuca, espediente spesso usato per unire alla statua gli "accessori" necessari.