Scriveva Oscar Wilde che “ogni ritratto, dipinto con passione, è il ritratto dell’artista e non del suo modello”. Volendo con ciò dire che, quale che sia il modello, la qualità d’un grande artista è tale da soverchiarne nel ritratto il valore descrittivo per imprimervi – fino a renderlo rintracciabile – il proprio temperamento.
La qual cosa è doppiamente vera nel caso dell’autoritratto: quando cioè artista e modello sono la stessa persona; e la ricerca d’introspezione psicologica fa corpo, in maniera assoluta e risentita, con la sua resa d’immagine. Non a caso un genere – l’autoritratto – praticato da artisti d’ogni tempo e d’ogni inclinazione: come strumento d’autoanalisi certamente; ma anche come saggio della propria arte nella capacità d’esprimere ciò che si pensa di conoscere più a fondo: il proprio io.
Il modo di ritrarre se stessi è figlio ovviamente anche del tempo e delle forme espressive che vi hanno avuto corso. Ecco perché sembra utile comporre una galleria d’autoritratti d’artisti d’uno stesso luogo – la Calabria – e lungo un definito arco temporale – l’800 e il ‘900: per cercare di capire come un genere d’arte così particolare si sia manifestato in esso e quali forme abbia assunto nella sua evoluzione. Esprimendo un portato chiaro, quindi, della cultura del luogo e della sua maniera di manifestarsi.
Andrea Cefaly
L’autoritratto ottocentesco entra nell’arte calabrese con questo celebre dipinto di Andrea Cefaly (Cortale 1827-1907) del Museo Provinciale di Catanzaro. Cefaly fu insieme pittore, patriota garibaldino e parlamentare della nuova Italia. Polemista ma anche istitutore d’una formidabile scuola di pittura regionale: la Scuola di Cortale. Nel 1860, anno di questo dipinto, egli aveva già alle spalle una formazione pittorica verista, condivisa con l’amico Domenico Morelli, e la partecipazione ai moti antiborbonici del 1848. Sceglie di ritrarsi con lo sguardo fiero del calabrese nuovo, portatore d’ideali di libertà nell’ancor vecchia Calabria. La giacca nera, la barba ben curata, l’aria indomita del fervente liberale tradiscono la sua origine nobiliare. La luce che piove da sinistra infonde un tratto d’immediato realismo al racconto che fa della sua immagine.
Carmelo Davoli
Fra i tanti allievi della Scuola di Cortale, Carmelo Davoli (Filadelfia 1831-1913) fu forse tra i più cari al maestro. Colpito dalla poliomielite a 15 anni, si diede alla pittura come mondo in cui accogliere tutto il proprio sentimento. Prediligeva quadri d’argomento sacro ma anche piccoli bozzetti mitologici; essendo entrambi luoghi ed atmosfere che ne provocavano un momentaneo distacco dalla crudezza del reale. Si vede Carmelo Davoli, in questo autoritratto della Collezione Davoli di Filadelfia, con pietoso realismo: colori scuri e bruciati; l’ampia fronte rischiarata dalla luce; gli occhi dallo sguardo provato ma non ancora vinto. Una bandiera della fragilità umana; ma anche dell’umana forza che resiste e vince. Un dipinto che sarebbe forse piaciuto agli scapigliati milanesi: il che non è poco per Davoli; che mai si mosse dalla Calabria.