09 / 02 / 2012
"Presidente, mi spiega perchè io che nasco in Calabria, la regione più povera d'Europa, non ho diritto o speranza alcuna di poter godere della mia famiglia, e tanto meno di costruirne una mia qui, in questa terra disagiata dove sono nata e cresciuta?".
Questa, la domanda che un ingegnere calabrese, Erika Pinto, rivolge, in una lettera, al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
"Presidente - continua Erika Pinto - come tantissimi altri genitori anche i miei hanno speso tutte le proprie risorse per assicurarmi un futuro dignitoso e ora li devo abbandonare? Chi si curerà di loro? In una regione dove mancano i trasporti, la sanità, i servizi essenziali, chi li assisterà? E chi aiuterà me, semmai decidessi di avere un bambino? Nessuno. Come giovane, donna e meridionale sono doppiamente condannata alle difficoltà. Lo Stato in Calabria siamo noi, le persone perbene. L'ultimo baluardo a difesa della società è proprio la sua parte più indifesa. I cittadini onesti sono l'ultimo fronte opposto alla criminalità. Siamo noi lo Stato qui. Ma un cittadino affamato è ricattabile. Tanti cittadini affamati sono un eccellente bacino di voti e un vivaio per la criminalità. E lei lo sa bene Presidente, che la mancata crescita del Sud è una leva per pilotare le scelte politiche del Paese. I potenti trovano qui, come in Campania e in Sicilia, masse di persone in un profondo stato di bisogno, pronti a cedere i propri voti in cambio della promessa di una possibilità. Uno Stato che abbandona la sua rappresentanza più debole non è uno Stato".
"Il posto fisso vicino a mammà, demonizzato dal presidente Monti e dai suoi ministri Fornero e Cancellieri - conclude la lettera di Erika Pinto - dovrebbe essere un diritto di tutti e un impegno per uno Stato che voglia dirsi civile. Con la fame non andiamo da nessuna parte e non resta altro che emigrare".