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pignatone 15 / 07 / 2010

  E adesso, procuratore? Possiamo dire che quest’inchiesta è un colpo mortale alla ’ndrangheta? Giuseppe Pignatone risponde dal suo ufficio di Reggio Calabria, cita una riflessione di Giovanni Falcone: «Tutte le cose umane hanno un’inizio e una fine». Un sospiro e poi riprende: «Però...»

Però vedremo le cosche rialzare la testa.
«Non si può sconfiggere in pochi mesi un’organizzazione che ha più di cento anni. Questa indagine ha molti, moltissimi meriti. Per loro è sicuramente un colpo durissimo. Ma non può bastare soltanto lo sforzo della magistratura e delle forze dell’ordine, ci vuole anche una rivolta della società civile. L’una cosa senza l’altra non basterà mai a scrivere la parola fine».

Ma i segnali che arrivano dalla società civile sono tutt’altro che rassicuranti. Basti pensare al binomio Lombardia-’drangheta.
«Un momento. Parliamo prima della Calabria, diciamo che purtroppo qui alcuni atteggiamenti ci sembrano normali. È brutto dirlo ma è realtà quotidiana il fatto che dai settori economico e sociale arrivino poche o nessuna denuncia contro la ’ndrangheta. Ma, appunto, siamo in Calabria. Per motivi storici e sociali che tutti possono intuire siamo in un altro mondo rispetto alla Lombardia ».

Eppure, anche sul territorio lombardo, dove agiscono gli ’ndranghetisti si riproduce il «modello Calabria».
«Lo ha spiegato bene la collega Ilda Boccassini, è eufemistico definire non collaborativo l’atteggiamento degli operatori economici della Lombardia. C’è stata l’assenza pressoché totale di denunce anche nei casi in cui sono stati accertati reati specifici. Sono state pochissime le volte in cui le vittime hanno fatto dichiarazioni utili alle indagini».

Tutto questo non è inquietante?
«Certo che lo è. Ora: su questo punto serve che le varie componenti della società trovino gli anticorpi per reagire e che lo facciano in fretta. In Lombardia, ma io dico al Nord in generale, le cosche possono essere sconfitte e in tempi sicuramente più rapidi di quelli che servirebbero in Calabria, perché il tessuto sociale è diverso. Ci vuole consapevolezza, soprattutto della classe imprenditoriale ».

Qual è l’elemento più forte sul quale oggi può contare la ’ndrangheta?
«Una delle sue più grandi forze è sempre stata ed è la capacità di agire e crescere sotto traccia. Non una lista di omicidi clamorosi, com’è nello stile di Cosa nostra, ma una strategia di non visibilità che trova poche eccezioni. Le cosche lavorano per creare il minor allarme possibile all’esterno, salvo poi scoprire che il fenomeno è di una pericolosità eccezionale come in Calabria, o che può contare su numeri importanti come in Lombardia, dove ci sono 500 affiliati».

Facciamo un paragone con un numero calabrese per avere un’idea delle proporzioni.
«Mi viene in mente Rosarno: 250 affiliati su 15 mila abitanti. Il centro decisionale dell’organizzazione, è chiaro, resta la Calabria. Per prendere le decisioni importanti gli affiliati vengono qui, nei paesini di Reggio Calabria. Vengono a discutere con la "casa madre" le questioni più delicate. Alcuni intercettati si dicono l’un l’altro esplicitamente: "se non si va giù non si può decidere", e parlano dalla Germania. Alla fine si decidevano cose non di poco conto come "licenziare nunzio"».

Cioè ammazzare Novella, il boss che voleva a suo modo l’"indipendenza" dalla Calabria.
«Esatto. Non c’è mai stato spazio per un’idea di indipendenza come quella che avrebbe voluto Novella. Né in Lombardia né negli altri Paesi dai quali i boss venivano ogni tanto in Calabria a discutere, appunto, strategie e azioni».

Quali sono questi Paesi?
«Canada, Svizzera, Australia, Germania... ».

Fonte Corriere.it


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