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Affari tra pizzo e appalti, Giuseppina Pesce confessa i segreti dell'omonima cosca 24 / 05 / 2012

"Non c'è un negozio o un’impresa di Rosarno che non paga il pizzo. A meno che non sia di proprietà di nostri parenti".

Ad affermarlo è la collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce nel corso dell’udienza del processo "All Inside" svoltasi a Roma nell’aula bunker del carcere di Rebibbia ai componenti del gruppo criminale di Rosarno.

Secondo quanto affermato dalla pentita, rispondendo alle domande del Pm Alessandra Cerreti, la cosca Pesce trae enormi guadagni dal controllo degli appalti per l’ammodernamento dell’A3 nel tratto che attraversa la Piana di Gioia Tauro per quanto riguarda, in particolare, i lavori di movimento terra. La pentita ha riferito delle disposizioni che vengono dettate dai capi della cosca detenuti attraverso colloqui con parenti che si spacciano come loro familiari grazie a falsi certificati di parentela che sono stati rilasciati dal 2006 e fino al 2011 dal Comune di Rosarno.

La donna ha anche parlato di come il clan riuscisse a nascondere i cadaveri delle persone uccise e fatte sparire dal cimitero di Rosarno, minacciando i dipendenti: "I corpi di mio nonno Angelo e di mia zia Annunziata – ha detto la pentita -, uccisi entrambi per punizione perchè avevano relazioni extraconiugali, in realtà non sono stati portati lontano da Rosarno. Si sono sempre trovati nel cimitero del paese in loculi senza nome dove venivano tumulati di notte".

La pentita ha parlato, in fine, del giro di carte di credito clonate gestito dalla cosca, "carte - ha detto - intestate a clienti statunitensi che le hanno utilizzate in alberghi e ristoranti della Lombardia. Ne ho avuto una anch’io e l'ho usata un paio di volte prima che il titolare la revocasse dopo avere notato spese che non aveva effettuato".

Attimi di tensione hanno, poi, caratterizzato il termine dell'udienza, quando il boss Salvatore Pesce, padre di Giuseppina Pesce, rivolto al Pm, Alessandra Cerreti ha chiesto: "Lei ha commesso un abuso facendo arrestare mia moglie e mia figlia Marina. E adesso cosa vuole fare? Le vuole vedere morte?".

La moglie del boss Pesce, Angela Ferraro, e la figlia Marina furono arrestate in Lombardia, su richiesta dello stesso Pm, nell’Aprile del 2011 con l’accusa di essere affiliate alla cosca. Salvatore Pesce, quando l’udienza era nella fase conclusiva, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee e rivolgendosi al Pm Cerreti ha detto: "Quello della moglie e della figlia è stato un arresto illecito. Lei è andata fino a Milano per minacciarle. Per quanto mi riguarda, sono detenuto al 41 bis e di questo la ringrazio. In realtà lei abusa del suo ufficio".

Dichiarazioni, queste, di cui il Pm ne ha chiesto l’acquisizione del verbale per poterlo trasmettere alla Procura della Repubblica di Roma così da valutare l’eventuale rilevanza penale delle affermazioni del boss.


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'ndragnheta, cosca Pesce, Giuseppina Pesce, collaboratrice di giustizia, pizzo, appalti, Rosarno, Reggio Calabria, Calabria


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